Scritto da me

Novembre

Odio novembre. L’aria è gelida e tagliente.
La nebbia copre ogni cosa quasi a voler celare qualche segreto.  Le nuvole ti osservano minacciose trasformandosi in una pioggia sottile.

A novembre tutto muore e non serve la consapevolezza che un giorno le cose torneranno a rinascere: a novembre, tutto sembra finito per sempre.

A novembre sono stata abbandonata. Sono passati più di settant’anni, ma di quella sera ricordo ancora ogni istante.

Ospitavo da più di vent’anni una rispettabile famiglia piemontese: Massimo Gianoli era un avvocato molto influente con la passione per l’agricoltura, un uomo nobile, di stirpe e di animo.

Mi piaceva l’avvocato e mi piaceva la sua famiglia. Da poco era anche nato un bambino. Da quando c’erano loro si sentiva in tutte le stanze l’odore dei fiori appena raccolti e il calore del fuoco acceso nei caminetti rendeva l’ambiente caldo ed avvolgente.

Quella sera di novembre, dalla cucina arrivava il profumo bagna cauda, il piatto preferito dall’avvocato. Era l’ora di cena e l’intera famiglia era appena entrata nella sala da pranzo apparecchiata di tutto punto. Non era una cena particolare, non c’erano ospiti attesi.

Erano più o meno le sette quando ho iniziato a sentire i primi rumori provenienti dal cortile quello su cui si affacciava la cucina. A quell’ora non veniva mai nessuno, le consegne non venivano fatte oltre le quattro del pomeriggio, i braccianti erano già tutti nelle loro case, le stalle erano chiuse. Non erano rumori conosciuti, c’era qualcosa di strano, lo sentivo. Avrei voluto avvertire Gianoli, ma l’unica cosa che potevo fare era osservare.

La porta della cucina si aprì all’improvviso: quattro uomini si avventarono contro la cuoca e la governante impegnate con gli ultimi preparativi della cena. Arrivarono alle loro spalle imbavagliandole così velocemente che le domestiche non riuscirono a emettere neanche un suono. Gli intrusi avevano il volto coperto da un fazzoletto, si vedevano solo gli occhi: crudeli, cinici, spavaldi.

Gli uomini presero per le spalle le due donne e puntando le pistole contro le loro schiene, si fecero strada lungo il corridoio fino alla sala da pranzo. Le domestiche vennero spinte a terra e tre dei banditi rivolsero le armi verso l’intera famiglia. Uno di loro, probabilmente il capo, di diresse verso l’avvocato. Parlavano una lingua diversa da quella che ero abituata a sentire: un misto tra italiano e altre parole a me sconosciute. Le parole che pronunciavano erano marcate e allungate quasi a voler intonare una litania. Non erano del posto.

Il capobanda iniziò a chiedere all’avvocato dove teneva i soldi, ma l’uomo spaventato continuò a ripetere che non aveva denaro in casa e che dovevano andarsene. Ma il bandito insisteva e all’ennesimo rifiuto del padrone gli sferrò un colpo in faccia con la canna della pistola. L’avvocato tentò un gesto disperato: si avventò contro il capobanda che però avendone previsto la mossa, fece un balzo all’indietro perdendo il fazzoletto che gli copriva il volto.

Scese il silenzio.

Gianoli lo riconobbe subito: non dimenticava mai una faccia. Era un bracciante assunto l’estate prima per la vendemmia. Non lavorò molto per l’azienda, l’avvocato aveva raccontato che non aveva molta voglia di lavorare e che un paio di volte lo aveva sorpreso anche a rubare. Il bandito cambiò espressione. Lo sguardo beffardo era diventato spaventato.

Lo aveva riconosciuto e questo cambiava tutto. Il capo si rivolse ai suoi compagni intimandogli di iniziare a legare le mani e le bocche dell’intera famiglia mentre lui si occupava dell’avvocato. Solo uno di loro rimase in piedi davanti al tavolo continuando a puntare la pistola. Finita l’operazione attraversarono il corridoio e camminarono in fila verso la porta da cui erano entrati. I volti delle vittime non nascondevano la paura per ciò che stava accadendo e per quello che sarebbe accaduto. Solo Gianoli sembrava impassibile. Dignità sabauda.

Accadde tutto velocemente: la famiglia Gianoli non c’era più. Osservai la scena e per tutto il tempo mi domandai fino a che punto poteva arrivare la cattiveria umana. Se avessi potuto, avrei pianto.

Avrei pianto per quella che ormai sentivo essere la mia famiglia che ora moriva lentamente. Avrei pianto anche per quegli uomini senza anima, che avrebbero dovuto convivere per sempre con quello che avevano fatto, con l’immagine degli occhi terrorizzati di quella gente.

Il capobanda si appoggiò a un muro e accendendosi una sigaretta continuò a fissare un punto indistinto pensando, forse, al rimorso che avrebbe provato da li a poco. O più probabilmente pensava alla prossima mossa. Gettò la sigaretta per terra e disse ai suoi compagni di rientrare in casa e prendere tutte le cose di valore che riuscivano a portare via. Per la fretta di scappare setacciarono solo le stanze al pian terreno.

L’avvocato aveva ragione: in casa non c’era nulla di valore così andarono via con pochi spiccioli e qualche collana. Mi lasciarono lì, con la mia solitudine in quel giorno di novembre.

Alle prime luci dell’alba arrivò come di consueto il lattaio. Suonò il campanaccio e attese che la domestica venisse ad aprire la porta. Attese per un po’, ma non arrivò nessuno. Non poteva sapere che la domestica proprio in quel momento esalava l’ultimo respiro a pochi passi da lui. Poco dopo arrivò anche il panettiere e insieme, provarono dinuovo a suonare il campanaccio: ancora una volta nessuno rispose.

Spinsero il vecchio portone in legno che dava sul cortile e riuscirono ad aprirlo: videro che la porta che dava sulla cucina era aperta così, dopo un attimo di incertezza decisero di entrare. Non trovarono nessuno. Percorsero il corridoio, ma non una voce si udiva. Arrivati nel corridoio un rumore iniziarono a sentirlo e non capendo subito cosa fosse decisero di salire al primo piano per andare a vedere.

Le stanze erano vuote, ma il rumore era più nitido: sembrava il pianto di qualcuno. Arrivarono nell’ultima stanza e trovarono un bambino, l’ultimo arrivato in famiglia, che si dimenava nel suo letto, con gli occhi pieni di lacrime. Fortunatamente non aveva sentito tutto il frastuono della rapina. Non si sarebbe ricordato nulla di quella notte, lui. Il lattaio lo prese in braccio e si scambiò uno sguardo perplesso con il panettiere: qualcosa di grave era successo, non era possibile che fossero spariti tutti così nel nulla lasciando il piccolo da solo in casa.

Preoccupati si diressero verso l’uscita e appena fuori dal cancello decisero di tornare in paese per avvertire i carabinieri. Li vidi andare via correndo con il bambino che in braccio, continuava a piangere. Passò un po’ di tempo e li vidi ritornare con alcuni militari.

Iniziarono le ricerche. Avrei tanto voluto dire loro che i corpi della famiglia Gianoli erano li a pochi passi, bastava cercare con più attenzione. Avrei voluto urlargli di guardare bene in cortile, ma non potevo. Le ricerche durarono 8 giorni e coinvolsero l’intero paese. Cercarono la famiglia Gianoli ovunque ma non nel posto più visibile.

Finalmente il nono giorno, un giovane mugnaio entrando nel cortile notò che la grata che dava sul pozzo era leggermente spostata. Ancora non riesco a spiegarmi come fece a notarlo: era uno spostamento quasi impercettibile. Chiamò subito i militari e tutti coloro che stavano perlustrando per l’ennesima volta la zona. Spostarono la grata e la scena che si trovarono davanti li fece rabbrividire. I corpi giacevano sul fondo della cisterna già decomposti.

Li tirarono fuori dal pozzo e disposero i corpi uno vicino all’altro. Gli sguardi dei soccorritori erano increduli: impossibile fare i conti con così tanta cattiveria. Per i giorni seguenti tutto il paese venne a rendere omaggio alla famiglia. Il giorno dei funerali una piccola folla si radunò nel cortile. Chi piangeva, chi sospirava e chi aveva paura: paura perché chi aveva compiuto quel gesto atroce era ancora là fuori. Vidi il corteo funebre  incamminarsi lentamente verso la chiesa, nessuno si curò di chiudere i cancelli: da quel momento sarei stata sola.

Per diverso tempo non seppi nulla di ciò che accadde agli assassini della mia famiglia. Sentii dire che alla fine i banditi furono presi e condannati a morte: giustiziati a colpi di pistola da un plotone d’esecuzione. Provai pena e tristezza. I giustizieri non erano stati poi tanto diversi dagli assassini.

Più passavano i giorni e più forte era in me la paura che nessuno sarebbe tornato a vivere tra le mie mura ormai macchiate del sangue della famiglia Gianoli. L’unica cosa per me certa in quel momento era solo che io ero una cascina ormai disabitata. Solo una cascina che a novembre era stata abbandonata .

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